
Qual è la formula perché la trasformazione sostenibile accada davvero? Quali sono gli ambiti ai quali viene prestata maggiore attenzione? Chi dovrebbe occuparsene all’interno delle aziende? Quali sono gli ostacoli più comuni per coloro che avviano un progetto di sostenibilità e quali i benefici riscontrati? Queste sono parte delle domande di una recente indagine promossa da U-Earth Biotech, azienda che sviluppa soluzioni biotech professionali per la purificazione dell’aria, con lo scopo di approdare a un quadro più completo sullo stato dell’arte della trasformazione sostenibile.
Tra tutti i progetti intrapresi dalle aziende intervistate il 25,6% ha deciso di sviluppare iniziative legate al tema della gestione della qualità dell’aria e delle emissioni con la maggior parte degli sforzi dedicati a programmi “net zero” orientati a ridurre le emissioni a medio lungo termine. La riduzione del biossido di carbonio (78,2%) la fa da padrona. Qualcuno, ma pochi, adottano anche politiche a breve per il miglioramento della qualità dell’aria. Il 30,1% si affida principalmente ad energie pulite. Seguono le politiche volte a limitare le emissioni dai trasporti (smart working, 23,3%, e promozione dei trasporti pubblici, 19,9%). Solo il 10,6% degli intervistati investe in purificazione dell’aria. E chi non ci riesce (il 5,5%) compensa con crediti di carbonio. Il 13,5% dei progetti invece è dedicato alla gestione delle risorse idriche e dei rifiuti e a quelli per la riduzione della plastica. Il 9,8% si è addentrato in iniziative più strutturate, concentrando gli investimenti in veri e propri Piani per la sostenibilità, categoria che include una serie di adeguamenti per rendersi conformi a specifiche indicazioni regolatorie in determinati settori.
Interessante il risultato ottenuto dai progetti a sfondo sociale e quelli sulla diversità e l’inclusione ai quali più del 8% delle aziende intervistate si è focalizzato. L’attenzione per l’economia circolare coinvolge l’8,4% dei progetti, mentre l’efficienza energetica, intesa sia come risparmio economico che come riduzione dell’inquinamento è presente nel 7,4% delle iniziative. Delle azioni promosse la biodiversità (1,9%) ha catturato decisamente meno interesse pur costituendo la quarta peggior minaccia dei prossimi 10 anni.
Oltre un quinto delle aziende intervistate sostiene che il primo grande ostacolo nello sviluppo di progetti di sostenibilità sia legato all’aspetto economico, ossia la mancanza di denari. Lavorare in modo più sostenibile implica una trasformazione nei modelli organizzativi, un ripensamento delle infrastrutture e dei processi e tutto ciò richiede degli investimenti. Il fattore “soldo” non è tuttavia l’unica barriera percepita, infatti, quasi a pari merito, gli intervistati attribuiscono alla “mancanza di una visione orientata alla sostenibilità” una delle cause principali di rallentamento. Quindi spesso la scarsità del budget è un alibi. Infatti, un altro impedimento rilevato è quello che riguarda la figura professionale che dovrebbe farsi carico dello sviluppo dei progetti.
C’è poi il problema delle competenze. Dall’indagine emerge che colui che diventa leader della trasformazione sostenibile dovrebbe avere delle caratteristiche o abilità specifiche. Quasi un quarto degli intervistati sostiene che il pensiero strategico è un alleato fondamentale, seguito dalla capacità di visione, unita a quella di saper guardare oltre, cioè al futuro. Nell’esecuzione dei progetti, invece, i professionisti intervistati attribuiscono un peso importante (26,7%) all’insieme delle conoscenze tecniche e delle competenze applicative.


































