Nel primo trimestre del 2020 le aziende del settore moda hanno registrato una perdita media del 36,2% del fatturato su base annua. Non solo, nello stesso lasso di tempo il comparto ha visto gli ordinativi arretrare del 40,5%.
I dati emergono da un’indagine sugli effetti della pandemia da Covid-19 condotta da Confindustria Moda, cui hanno partecipato 320 aziende.
In particolare, il 90% delle aziende campionate ha dichiarato di prevedere il ricorso agli ammortizzatori sociali. Nel 72% dei casi, coinvolgendo oltre l’80% dei propri dipendenti.
Un’indagine che copre tutta la filiera e tutta l’Italia (le regioni più rappresentate sono Lombardia, Veneto, Piemonte, Toscana e Marche) e da cui emerge che nel periodo gennaio-marzo, il 51% delle imprese ha subito un calo di fatturato tra il 20 e il 50%, mentre il 20% parla di una flessione addirittura superiore al 50% delle vendite.
Solo il 29% dice di essere riuscito a limitare il danno con un decremento del giro d’affari inferiore al 20%.
Oltre che sui fatturati, l’emergenza Covid-19 ha avuto un impatto dirompente sugli ordini con un calo di oltre il 40%.
Tentando di guardare al futuro, è stato chiesto agli imprenditori quali fossero le strategie da mettere in atto per superare la crisi: la maggior parte ritiene prioritarie, in vista della ripresa, misure governative a garanzia della liquidità, ammortizzatori sociali e una riforma fiscale.
E proprio in contemporanea con la circolazione del sondaggio, oggi Confindustria Moda ha diffuso una nota per smentire l’esistenza di dialoghi e accordi con Federazione Moda Italia rispetto alla presunta definizione di un diritto per i commercianti di restituire ai produttori la merce invenduta.
«Confindustria Moda – si legge nella nota – è una istituzione, un’associazione di oltre 65 mila imprese che non può dialogare e concludere accordi su ambiti che per loro natura riguardano esclusivamente le libere scelte di ciascuna impresa associata».



































