FORUM AMBROSETTI: ECONOMIA ITALIANA PRE COVID SOLO NEL 2025

L’Italia dovrebbe crescere quest’anno del 3,3%, per poi decelerare al 2,6% nel 2022 e all’1,6% nel 2023, fino a tornare ai livelli pre-Covid solo nel 2025. La previsione arriva dal Forum Ambrosetti di primavera, rigorosamente e interamente in digitale, che in apertura della due giorni fitta di ospiti e conferenze ha diffuso le nuove stime elaborate da European house – Ambrosetti. Numeri a metà strada tra quelli del Fondo monetario internazionale e le previsioni Ocse.

“Il nostro modello – ha spiegato il ceo Valerio De Molli – prende atto delle grandi incertezze che caratterizzano il 2021 a causa delle difficoltà di prevedere le evoluzioni della pandemia, le sue conseguenti ricadute economiche, la rapidità nella somministrazione dei vaccini e le tempistiche di ritorno alla modalità per gli esercizi commerciali, la mobilità e il lavoro”.

“La complessità dello scenario economico – ha precisato il manager – si riflette nell’eterogeneità delle previsioni rilasciate dai principali istituti internazionali: il Fondo monetario internazionale prevede per l’Italia un rimbalzo del 3,0% nel 2021, mentre l’Ocse si posiziona su una crescita del 4,1%. Con riferimento al 2022 i pochi istituti che rilasciano stime prevedono una crescita tra il 2,4% e il 4,0%, mentre solo il Fondo monetario internazionale si spinge al 2023 prospettando una crescita dell’1,7% per l’Italia”.  The European House Ambrosetti assume poi un tasso medio di crescita pari all’1,5% nei due anni successivi al 2023.

De Molli ha quindi messo in guardia il governo dal pensare che la liquidità possa essere l’unico vaccino per un’economia messa sì in ginocchio dal Covid, ma con carenze strutturali ben più antiche. “L’ingente iniezione di liquidità nel sistema non può essere considerata, da sola, la soluzione ai problemi del Paese. Al contrario il piano si configura come una leva che necessita di alcune condizioni attuative e di contesto necessarie per riuscire a cogliere l’enorme opportunità di rilancio”, ha avvertito

Per il manager le tempistiche saranno uno dei fattori di successo o di fallimento del piano, anche alla luce del protrarsi dell’emergenza sanitaria: la scadenza per l’invio del Pnrr è fissata per la fine di aprile 2021 e il piano dovrebbe comportare impegni di risorse per 25 miliardi di euro già nel 2021. Una corsa contro il tempo, insomma. Inoltre l’effettiva implementazione delle progettualità dipende dalla capacità di pianificazione ed esecuzione degli investimenti e a questo proposito l’Italia si caratterizza per una limitata capacità di impiegare risorse provenienti dal canale europeo.

Ma perché il Next Generation Ue possa portare all’Italia i benefici sperati, secondo De Molli è “indispensabile avere una visione strategica di lungo termine per indirizzare gli interventi di politica industriale che definiscano gli ambiti prioritari per gli investimenti” ed è fondamentale adottare un pacchetto di riforme strutturali finalizzate a sostenere la crescita del Pil nel lungo termine.

L’attuazione di un piano di rilancio per il Paese “obbliga pertanto le istituzioni e i decisori pubblici a confrontarsi con i punti di attenzione menzionati affinché le risorse messe in campo agiscano da leva per la ripartenza del Paese che dal 2000 ad oggi ha accumulato un ritardo di produttività pari a 23 punti percentuali rispetto alla media europea. Tutto questo sottende l’implementazione di un pacchetto di riforme strutturali che incidano prioritariamente su: istruzione e lavoro; mobilitazione e attrazione degli investimenti; semplificazione e sburocratizzazione della pubblica amministrazione, digitale e ambiente”.

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