COVID: A RISCHIO DUE MILIONI DI POSTI DI LAVORO

Secondo una recente indagine realizzata dall’Istat, sono 292 mila le aziende che si trovano in una situazione di seria difficoltà. Attività che danno lavoro a 1,9 milioni di addetti e producono un valore aggiunto che sfiora i 63 miliardi di euro. Il numero medio di addetti per impresa di questa platea di aziende così a rischio chiusura è pari a 6,5. Stiamo parlando di micro attività che, pesantemente colpite dall’emergenza sanitaria, non hanno adottato alcuna strategia di risposta alla crisi e, conseguentemente, corrono il pericolo di abbassare definitivamente la saracinesca. I settori produttivi più interessati da queste 292 mila attività sono il tessile, l’abbigliamento, la stampa, i mobili e l’edilizia. Nel settore dei servizi, invece, si distinguono le difficoltà della ristorazione, degli alloggi/alberghi, del commercio dell’auto e altri comparti come il commercio al dettaglio, il noleggio, i viaggi, il gioco e lo sport. E’ evidente che non tutti questi operatori economici chiuderanno definitivamente i battenti, tuttavia con lo sblocco dei licenziamenti previsto entro la fine del prossimo mese di marzo, molti degli addetti di queste attività rischiano di trovarsi senza un’occupazione regolare.  

E’ quanto riporta uno studio della CGIA di Mestre

La crisi ha colpito indistintamente tutti, anche se il Mezzogiorno è l’area geografica che sta subendo più delle altre gli effetti negativi della pandemia,  sia da un punto di vista economico che sociale. Tuttavia, c’è un denominatore comune che caratterizza tutto il Paese: la crisi delle città d’arte ad alta vocazione turistica. Venezia, Firenze, Pisa, Roma, Verona, Milano, Matera, Padova, Siracusa, Napoli, Cagliari, Genova, Palermo, Torino e Bari sono alcuni dei Comuni individuati dal “decreto Agosto” che nel 2020 hanno subito un crollo verticale delle presenze turistiche straniere. A fronte di questa situazione, le filiere richiamate più sopra e ubicate in queste città sono risultate essere le più in affanno e probabilmente continueranno ad esserlo anche quest’anno, almeno fino a quando non raggiungeremo un tasso di vaccinazione che ci garantirà l’immunità di gregge e quindi la possibilità di spostarci liberamente.

E’ evidente che la crisi determinata dalla pandemia potrebbe far aumentare a dismisura l’esercito degli abusivi e dei lavoratori in nero presenti in Italia. Stando alle previsioni dell’Istat illustrate più sopra, 1,9 milioni di addetti rischiano di perdere il posto. Auspicando che la dimensione del numero di coloro che perderanno l’occupazione sia decisamente inferiore a quella prevista, l’Ufficio studi della CGIA sottolinea  che una parte di questi esuberi finirà ad ingrossare le fila dell’economia sommersa. Non saranno pochi, infatti, coloro che, dopo aver perso il posto in fabbrica o in ufficio, si rimboccheranno le maniche in qualsiasi modo, anche ricorrendo ad una occupazione in nero.
Stiamo parlando di quelle persone che non riuscendo a trovare un nuovo lavoro accetteranno un’occupazione irregolare o si improvviseranno come abusivi. Grazie a questa scelta riusciranno a percepire qualche centinaia di euro alla settimana; pagati poco e in contanti, tutto ciò avverrà in nero e senza alcun versamento di  imposte, di contributi previdenziali e di quelli assicurativi.
Ad “ammortizzare” la perdita di posti di lavoro, quindi, ci penserà l’economia sommersa. Gli ultimi dati disponibili ci dicono che in Italia ci sono oltre 3,3 milioni di occupati in nero e il 38 per cento del totale è presente nelle regioni del Sud. Questo esercito di “invisibili” ogni giorno si presenta nei campi, nei cantieri, nelle fabbriche o nelle case degli italiani  per prestare la propria attività lavorativa. Pur essendo sconosciuti all’Inps, all’Inail e al fisco, gli effetti economici negativi che producono questi soggetti sono molto preoccupanti. Essi, infatti, “generano” 78,7 miliardi di euro di valore aggiunto sommerso.

L’Ufficio studi della CGIA, infine,  auspica che a breve il Paese torni ad avere un Governo, perché le emergenze da affrontare sono numerosissime. Nei primi 100 giorni, ad esempio, il nuovo Esecutivo dovrà affrontare almeno 3 grandi questioni. In primo luogo sarà necessario riorganizzare il piano vaccinale, rendendolo più efficace ed efficiente, affinché possiamo raggiungere quanto prima l’immunità di gregge, lasciandoci così alle spalle le limitazioni alla mobilità e i lockdown subiti in questo ultimo anno. In secondo luogo bisognerà introdurre delle misure a sostegno di coloro che con lo sblocco dei licenziamenti, previsto a partire dal prossimo 1 aprile, perderanno il lavoro. Infine, entro il 30 aprile,  dovremo presentare all’UE il Recovery plan. Un piano da oltre 210 miliardi di euro che in maniera dettagliata dovrà indicare gli interventi necessari da realizzare nei prossimi anni per dare un  futuro al nostro Paese.

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