IL CASO MUSTIER E IL RISIKO BANCARIO

L’uscita di Mustier da Unicredit è stata considerata da alcuni il frutto dell’ingerenza della politica e in particolare di questo governo nelle scelte della banca al fine di trovare in Unicredit una sponda, o una sponda meno pretenziosa, per l’accasamento di MPS.

La storia tuttavia non è così semplice e la lettura data potrebbe non essere corretta. Partiamo dagli azionisti di Unicredit: la banca è notoriamente una public company, con un azionariato frammentato, che annovera tra i principali investitori alcuni grandi fondi di investimento internazionali. In questi anni, anche molti anni, questi azionisti hanno tratto soddisfazioni grame dal titolo Unicredit. Alcuni di loro, tra crolli borsistici, raggruppamenti di azioni con valori nominali ormai microscopici e ingenti aumenti di capitale hanno visto più che decimato il loro investimento.

L’acquisizione a condizioni non di mercato di MPS determinerebbe una ulteriore caduta del titolo. Che gli azionisti di Unicredit – e quelli di riferimento in particolare – siano ora disposti a sacrificare ulteriormente il valore del loro investimento per dare soddisfazione ad un Ministero del Tesoro espressione di una improbabile e traballante coalizione giallo-rossa viene francamente difficile crederlo. Il masochismo ha un limite.

Nella scelta del CdA Unicredit di sfiduciare il CEO Mustier ci devono essere state altre ragioni. Con buona pace dei dietrologisti, potrebbero esservene state non poche e radicate in rigorose considerazioni di business. Proviamo ad elencarne qualcuna che, alla fine potrebbero riassumersi nella seguente considerazione: Mustier ha ottenuto un aumento di capitale di 12 miliardi ma non ha costruito un Istituto di successo e in grado di creare valore nel lungo termine. Il confronto con Intesa Sanpaolo è perdente su tutto il fronte. Andare avanti sarebbe stato troppo rischioso e non più sostenibile.

–      La posizione in Italia di Unicredit è complessivamente debole sul Commercial Banking, se si esclude Large Corporate e Investment Banking. Dopo l’operazione Intesa – UBI, la posizione è ancora più debole. Unicredit in Italia è una sorta di malato grande. Magari con il raffreddore, ma comunque non sano. Lo dicono i numeri, lo mormora qualche manager interno, lo dice il mercato, lo dicono le aziende.

–      Unicredit è rimasta fuori o è debole in alcuni business: non è nelle Assicurazioni, ha ceduto il Wealth Management, ha una posizione galleggiante nel Private Banking. Insomma, ha perso o abbandonato una serie di treni che in questo periodo storico generano valore.

–      Mustier ha sostenuto il titolo attraverso la progressiva liquidazione dei gioielli (a cominciare da Fineco) piuttosto che generando utili adeguati dalle attività caratteristiche. Ha fatto cassa oggi a detrimento delle prospettive future

–      Il progetto di creare un Unicredit europeo staccato dall’Italia per depurarsi dal “fardello Italia” sembra un’ulteriore acrobazia finanziaria per coprire e sopperire alle lacune strategiche e gestionali di questa gestione.

Ultima pecca strategica: è momento di aggregazioni, di grandi campioni nazionali che possano creare le basi per un mercato bancario veramente e finalmente europeo. Unicredit ha scelto di non farlo, forse pensando che sarebbe stato meglio accasarsi con qualche banca estera anch’essa un po’ acciaccata ma grande: Sociètè Generale o Commerzbank. L’unione dei deboli a casa propria difficilmente genererebbe un campione europeo. Si rischierebbe solo di sommare malattia a malattia, problema a problema. Per avere una forte e sana vocazione internazionale, per giocare un ruolo come attore e non come semplice preda, bisogna intanto fare bene a casa propria, dimostrare di essere leader da qualche parte e in qualche cosa e, da questa posizione di forza, passo dopo passo, guadagnarsi posizioni sull’arena internazionale.

Riflesso italiano: a fare i preziosi, Unicredit si è persa dei gran treni. Quello di UBI (finito nelle mani di Intesa in un sol boccone), ma anche quello di Banco BPM, una banca che avrebbe permesso a Unicredit di fare (finalmente) un deciso passo avanti nella sua posizione nel Nord del Paese, dove invece per varie ragioni, da anni ha posizioni inferiori al suo potenziale. Finirà a doversi inghiottire l’amaro boccone MPS, in una sfida che appare più grande delle sue capacità? Possibile: non per sudditanza politica ma per miopia strategica negli scorsi anni.

Non è tutta responsabilità di Mustier. In fondo, ce lo hanno messo lì i suoi azionisti. Non ci aspettiamo che facciano regali allo Stato italiano e a questo Governo. Di sangue ne hanno versato già abbastanza. E’ possibile che Unicredit si prenda MPS. Se lo farà sarà a condizioni di mercato e sarà responsabilità dell’azionista attuale (il Tesoro) renderlo appetibile, nel quadro della normativa europea.

L’Italia è un paese sufficientemente grande e con una base industriale sufficientemente diffusa da meritarsi e avere bisogno di almeno due grandi banche, sane, forti, proiettate sull’estero, capaci di accompagnare le aziende nella loro crescita e anche a uscire dalle difficoltà quando occorre, secondo regole rigorose e pulite. Una sola grande banca con intorno un malato grande e intorno un gruppo di piccoli o medio-piccoli più o meno barcollanti non fa bene neanche al Paese. Qualche avvisaglia l’abbiamo avuta anche in questo anno di pandemia e costituisce una delle indicazioni della Banca Centrale.

In conclusione: l’uscita di Mustier ha altre sfaccettature, forse più attente alle regole del mercato che alle sirene della politica. Potrebbe essere una buona occasione anche per il Paese, speriamo non venga sprecata.   

Francesco Robiglio
Corporate Finance
Email: francesco.robiglio@dbtax.it

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