GRUPPO MACCAFERRI: I FRATELLI ACCUSATI DI BANCAROTTA FRAUDOLENTA

Arriva l’accusa di bancarotta fraudolenta per i fratelli Maccaferri, titolari dell’omonimo grande gruppo industriale emiliano in crisi da qualche anno. 

I fratelli Gaetano, Alessandro, Antonio e Massimo, secondo le accuse, avrebbero svuotato le aziende del Gruppo dei beni immobili, convogliando tutto prima sulla holding e poi distraendo i beni verso un’azienda terza, così che fossero inattaccabili dai creditori in caso di fallimento.

Per questo il gip di Bologna Alberto Ziroldi, ha ordinato il sequestro preventivo di quasi 58 milioni di euro, ossia l’intero capitale sociale di Sei Spa, la società in cui sono confluiti i beni immobili.

Sono otto gli indagati, che devono rispondere di bancarotta fraudolenta per distrazione: Gaetano Maccaferri, il presidente del Cda della Seci, holding del gruppo Maccaferri, e poi Alessandro Maccaferri, vice presidente, Antonio Maccaferri, consigliere del Cda, Piero Tamburini, consigliere delegato, e infine i soci Massimo Maccaferri, Angela Boni, Gugliemo Bozzi Boni e Raffaella Boni. Tutti soci, anche, della società ‘spin-off’ Sei. Il gruppo Maccaferri, leader, con le Officine Maccaferri di Zola, nel settore dell’ingegneria ambientale, e con la Samp in quello della meccanica, ha società operanti anche nell’alimentare, nell’energia, nell’edilizia e nell’immobiliaristica. Suoi marchi come Sigaro Toscano, Zucchero Sadam, Sam ecc

L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Francesco Caleca e dal pm Nicola Scalabrini, ha preso le mosse dalle tensioni societarie che, a maggio dello scorso anno, hanno portato il Gruppo Maccaferri a presentare un’istanza di concordato ‘in bianco’ in tribunale: un’istanza ancora in fase di valutazione, con le società affidate a commissari giudiziali.

Attivo in vari settori, dal meccanico, all’alimentare, dall’energetico, all’immobiliare il Gruppo Maccaferri ha iniziato ad avvertire la crisi nel 2014, quando, a causa della forte crisi dei settori saccarifero ed energetico, contabilizza una perdita di 10 milioni. Così, a metà luglio di quell’anno, attraverso la controllata Officine Maccaferri, ricorre a un prestito obbligazionario da 200 milioni di euro. Un bond classificato dalle agenzie di rating come ‘ad alto rischio’. Buona parte della cifra (143,7 milioni) viene utilizzata per rimborsare i debiti delle Officine, gli altri soldi vengono convogliati sulla controllante Seci e per l’acquisto dell’immobile di Zola sede delle Officine. Attraverso altre operazioni finanziarie interne, quell’anno i bilanci vengono chiusi in positivo. Anche l’esercizio 2015 e quello 2016 si concludono con un segno più: tuttavia, stando agli accertamenti dei finanzieri, il risultato è frutto di cessioni delle proprie società ad altre multinazionali.

Ma nel 2017 sarebbero iniziate le operazioni che hanno portato alla  distrazione dei quasi 60 milioni ipotizzata dagli inquirenti e avvenuta attraverso una scissione di ramo d’azienda immobiliare, realizzata da Seci in favore della neo costituita Sei, controllata dagli indagati. Qui sarebbero confluiti l’immobile di Zola delle Officine Maccaferri e gli immobili (per 66 milioni) della Seci, dopo averne acquistato le quote, e di altri immobili a Borgo Panigale e Bentivoglio, della Fortune 5 e della Samp Spa.


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